Primo incontro: il senso della bellezza

27.11.2013 18:00

Abstract dell'argomento.

 A) Nel mondo antico la bellezza è, insieme, physis  e téchne, manifestatività luminosa degli enti, venire alla luce, ecc. e artificio, elaborazione poietica. Splendore delle cose per la loro compiutezza, e perfezione (simmetria, ordine, armonia, adeguatezza al fine, ecc.) ed abilità compositiva con regole formali da applicare secondo un  prépon. Nasce assieme alla verità (rapporto arte-bellezza-verità tra antico e moderno, questo potrebbe essere il titolo più adeguato di questo intervento).

La tecnica artistica rinvia al concetto greco di mimesis. Infatti la mimesis (corrispondente a ciò che per noi oggi è l’arte bella), aveva per i Greci non un valore estetico (moderno), ma veritativo prevalentemente.

Dunque: a) Bellezza come kósmos, cioè oggettività (in part. Platone)  e b) bellezza come     téchne (in part. Aristotele). Entrambe queste forme hanno a che fare con l’essere  e la conoscenza.

 

 B)  Tutto cambia con l’avvento del Cristianesimo, che spezza la bella unità del mondo greco e    proietta la Verità, il Bene, ecc., in un al di là in-finito e per questo in-definito; comunque fuori dalla portata logico-razionale dell’uomo. Tutto è segno, allegoria, rinvio ad un ‘altrove’ che sfugge alle peregrinazioni degli uomini chiusi in questa ‘valle di lacrime’. La bellezza è così depotenziata sul piano ontologico e veritativo

 

 C)   Tra Medioevo e Modernità la sfera della bellezza tenderà ad autonomizzarsi (a farsi di nuovo mondana, rappresentazione ; v. Velazques), almeno fino al Rinascimento. Col Barocco invece rispunterà la bellezza come al di là del sensibile. Di nuovo. Ma con una grossa novità: che questo al di là, questo sovrasensibile, deve essere raggiunto, quasi realizzato mediante figure e strumenti sensibili (v. la ‘poetica delle cose’, la metaforicità del pensiero). Un tema che ritornerà, in termini drammatici, nel Novecento, come vedremo.

- In piena modernità nasce l’arte estetica (O Marquard) come compensazione della perdita di trascendenza, come conseguenza del “disincanto del mondo”. E comunque, fondamentale, per capire il passaggio tra antico e moderno relativamente alla bellezza è Hegel (la bellezza è per noi qualcosa di passato); ma anche  Solger (il volto malinconico della bellezza). Dopo la bellezza c’è solo il sublime, il brutto, il comico.

- Di fronte alla limitatezza ed alla finitezza dell’uomo è l’immaginazione che si incarica di trasportarci dal finito all’infinito; dal sensibile al sovrasensibile (letture di poeti)

 

   D) è anche vero però che il legame della bellezza con la verità si allenta fino quasi a scomparire, perché è tramontata l’idea (viva fino al Neoplatonismo) di un ritorno dell’anima al suo luogo di origine. Le opere d’arte, allora, il bello, non significano propriamente nulla, diventano autoreferenziali, gioco senza scopo (Kant). Tutt’al più generano un insieme di emozioni, esprimono sentimenti; il disagio dell’uomo (Freud), il senso di possibilità (Musil). In molti casi diventa il tema di interessanti filosofie della storia (da Bloch a Rosenzweig a Benjamin). Si coniuga con l’idea di salvezza secolarizzata, anzi di redenzione messianica (v. il comico come ‘sublime rovesciato’). Col sublime in connessione con il bello cambiano i criteri di definizione di quest’ultimo. Il bello entra in rapporti con il brutto, l’orrido, la morte: in letteratura, con Poe, in poesia con Baudelaire, in pittura con Picasso, Bacon, ecc., in musica con la fine della tonalità e dell’armonia. Soprattutto, il mutamento avviene nel cinema e nella fotografia con l’avvento della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte (ancora Benjamin). L’arte (non più bella) si sposta sempre più decisamente su un terreno etico-politico.

 

CURRICULUM SINTETICO -  ROMEO BUFALO

Romeo Bufalo è professore associato di Estetica presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università della Calabria.  Si è formato alla scuola messinese di Galvano della Volpe, essendo stato allievo di Mario Rossi e Nicolao Merker, mentre, per i suoi  iniziali interessi filosofico-linguistici, determinante è stata la figura di Lia Formigari . Dopo un esordio caratterizzato dalla pubblicazione di alcuni lavori sulla filosofia dello Strutturalismo francese (Lévi-Strauss e Althusser, in particolare) e sull’estetica del ‘primo’ Della Volpe, ha dedicato  saggi e volumi al rapporto tra piacere e bellezza nel Settecento (Piacere e bellezza. Percorsi del ‘sentire’ tra ‘700 e ‘800, Soveria Mannelli, 2000), alla rilevanza filosofica del ‘comico’ nel pensiero contemporaneo (Il comico tra estetica e filosofia, Napoli, 2001), al  pensiero filosofico-estetico di G. Della Volpe (La forma del sentimento. L’estetica premarxista di G. Della Volpe, Roma-Reggio Cal., 1984), a quello di  G.F.W. Hegel, di J. Dewey, di P. Galluppi, di I. Kant, di D. Diderot, di C. Diano. Da alcuni anni la sua attività di ricerca è orientata al recupero filosofico delle ‘ragioni’ del sensibile. Tra i suoi scritti più recenti:  L’esperienza precaria. Filosofie del sensibile, (Genova, 2007), e  Il mondo che appare. Storie di fenomeni  (Milano, 2011).